I COLLOQUI CON I FUNZIONARI

Come si è detto, i colloqui finalizzati ad avere un quadro più preciso sul panorama regionale in merito al problema indagato hanno riguardato soggetti istituzionali operanti nelle province di Bologna, Forlì-Cesena, Modena, Parma, Piacenza, Ravenna, Reggio Emilia, Ferrara e un funzionario dell’amministrazione regionale. A queste vanno aggiunte le interviste a funzionari sindacali responsabili di uffici stranieri delle rispettive sedi e l’intervista ad una religiosa, responsabile di un Centro Immigrati operante nella propria città.
La gamma di istituzioni nell’ambito delle quali si sono svolti i colloqui comprende, oltre la Regione, 1 Centro Stranieri comunale, 7 Assessorati alla formazione professionale, 5 Centri per l’Impiego, e 1 Consorzio di Comuni.

Agli intervistatori è stata fornita dal gruppo di pilotaggio della ricerca una scaletta di questioni utilizzabile come griglia di riferimento da tener presente nello svolgimento dei colloqui. A parte le notizie relative all’assessorato di riferimento, al servizio specifico e al ruolo in esso svolto dall’interlocutore, la scelta elencava i seguenti argomenti sui quali richiedere informazioni e/o sollecitare pareri e opinioni:

  • la definizione di “work experience”, secondo l’intervistato e nell’accezione usata nel Servizio in cui egli opera;
  • quali – tra i tipi di work experience previsti dal documento regionale citato sopra – vengono promossi, seguiti realizzati, autorizzati dal Servizio;
  • quali sono realizzabili da altri Enti in collaborazione con il Servizio; quali infine sono realizzati autonomamente da altri Enti;
  • personale interno al Servizio coinvolto; altri Enti coinvolti (pubblici e privati); procedure utilizzate; normativa di riferimento;
  • quantità di work experience realizzate nel corso degli ultimi tre anni nell’ambito della provincia, distinte per tipi (esistono e sono consultabili fonti statistiche al riguardo? Se si, fanno riferimento alla tipologia adottata a livello regionale?);
  • work experiences di cui siano stati protagonisti (o nelle quali siano stati coinvolti) lavoratori stranieri immigrati (segnalazione di eventuali criticità, barriere all’accesso, punti di forza; segnalazione di iniziative che hanno riguardato soprattutto, in cifre assolute e percentuali, soggetti immigrati; esperienze comunque giudicate più significative – in termini positivi o negativi – e dunque da tener presenti nella progettazione delle interviste della seconda fase).

Veniva inoltre richiesto agli intervistatori di raccogliere, in ogni sede visitata, documentazione pertinente disponibile.

Va in primo luogo rilevato che dalla lettura dei testi dei colloqui a funzionari si trae un’impressione di accentuata disorganicità del panorama complessivo. Sono stati registrati squilibri anche notevoli che, pur differenziando a volte istituzioni tra loro analoghe come compiti e funzioni, tendono in misura decisamente ancor più evidente a marcare differenze tra aree diverse del territorio regionale.
Certamente significativo appare in generale, ad esempio, un rilievo sottolineato da tutti i rilevatori: lo scarsissimo numero di soggetti che si è dimostrato in grado di rispondere alla prima questione, relativa alla definizione di work experience, evidenziando anche come circolino approcci diversi in merito in ambiti istituzionali analoghi.
Ma la suddetta disorganicità va oltre quella che potrebbe forse considerarsi una semplice questione terminologica. Essa, via via che si procede, si evidenzia come concreta disomogeneità, che comprende differenze anche profonde in termini di:

  • livelli di conoscenza e informazione sulle specificità che il fenomeno migratorio assume nell’aria di riferimento (tanto in termine di quantità delle presenze immigrate e di loro composizione, quanto – cosa più grave – in termini di ruoli che esso gioca sul mercato del lavoro e nella struttura occupazionale locale);
  • capacità di individuare con chiarezza i compiti e i problemi che tali presenze comportano in riferimento alle funzioni specifiche assegnate all’istituzione, alla sezione o al servizio di cui si fa parte;
  • sensibilità e impegno effettivo nella ricerca di soluzioni appropriate, soprattutto nei casi in cui le normative vigenti ritornino lacunose, imprecise o addirittura contraddittorie;
  • livelli e articolazioni organizzative ad hoc, ovvero capacità di elaborare anche a quel livello soluzioni che tengano conto delle peculiarità che differenziano la condizione di lavoratore immigrato da quella di lavoratore autoctono;
  • numero e qualità dei rapporti stabiliti con Enti formatori;
  • numero e qualità delle work experiences citate e capacità di fornire in proposito dati, informazioni e valutazioni articolate.

Considerata alla luce dei dati sulla distribuzione degli immigrati sul territorio della regione, come si è accennato, quella disomogeneità potrebbe in parte apparire giustificata; ma tale non risulta se la si considera invece dal punto di vista d’una logica istituzionale; come traspare largamente dal testo di diversi colloqui – infatti – da questo punto di vista essa risulta piuttosto come effetto, caso per caso:
– di particolari ritardi locali nella realizzazione di adempimenti previsti;
– di “eccessiva importanza attribuita alla procedure amministrative rispetto allo spazio che dovrebbe invece essere dato alle attività di informazione e orientamento”;
– della “lentezza con cui nell’impianto normativo complessivo vengono introdotte le variazioni che permetterebbero un più agevole sviluppo di quelle iniziative che dovrebbero rappresentare il fulcro dell’attività di promozione dall’inserimento e orientamento al lavoro”
. Specificatamente nei casi, segnalati dagli intervistatori, di particolari ritardi locali, le lentezze di realizzazione interne all’Ente o al servizio in questione risultano sempre connesse anche a scarsa conoscenza del fenomeno migratorio, scarsa capacità di citare esperienze concrete in tale campo, assenza di collegamenti con Enti di formazione; in alcuni casi limite, a ciò si aggiunge la rilevazione di atteggiamenti negativi addirittura espressi in forma stereotipale: “gli utenti stranieri sono pochi” (affermazione – annota l’intervistatore – che stupisce conoscendo i dati relativi alle presenze straniere, per altro confermati da altre persone operanti, come formatori, nei medesimi territori), “spesso mentono e sono vittimisti”; “ci sono casi di soggetti che – ottenuto un anticipo sulla paga – spariscono”, e simili.

Ma nel complesso degli altri casi considerati sembrano più adeguate – ancorché generali – le considerazioni svolte nel colloquio da un funzionario regionale, che pur esprimendo la persuasione che “le attività destinate a fornire al lavoratore e alla cittadina immigrata strumenti di formazione o di professionalizzazione per acquisire specifiche competenze abbiano già sortito effetti positivi apprezzabili” (1), dichiara l’opinione che “una politica, almeno relativamente agli aspetti del lavoro articolata in strategie chiaramente definite, organizzate implementate attraverso azioni concrete poste in capo ad Enti Locali o alla Regione, ancora non esiste“.
E così prosegue, nel colloquio del quale sembra opportuno riportare ampi stralci, che forniscono elementi di indubbio interesse per definire meglio lo spazio – nelle sue dimensioni normative e strutturali oltre che nei condizionamenti e vincoli che ne derivano – in cui si sviluppano le work experiences esaminate nelle pagine seguenti.

“Non esiste una politica, nel senso detto, anche perché competenze di questo tipo gli Enti Locali e le Regioni non ce le hanno, e anche perché solo da pochissimo tempo sono arrivate, nelle nostre competenze e delle Province, le funzioni relative ai servizi per il lavoro. Faccio un esempio concreto parlando di work experience: il decreto ministeriale che regola la possibilità di realizzare tirocini formativi per extra comunitari è stato discusso pochi giorni fa con le regioni; prima che venga adottato (visto che è un decreto che si va ad adottare di intesa tra Ministero del Lavoro e degli Interni), che venga pubblicato e che divenga operativo passerà ancora tempo!”.

Prosegue poi il medesimo funzionario regionale.

“Il decreto nazionale dei Tirocini è del maggio 1998: in questo periodo lungo di tempo non è che non si siano svolti tirocini formativi per extra comunitari, però si sono fatti con una procedura complicatissima e particolarissima, non monitorata.
Noi abbiamo costantemente il monitoraggio di tutti i tirocini che avvengono, ai sensi del Regolamento 142/98, in questa regione, che è l’unica ad averlo. Addirittura si sta lavorando sulla valutazione delle W.E., quindi sugli aspetti qualitativi della work experience. (…) Tirocini come tali; non espressamente per extra comunitari, che sono pochi, anche perché la procedura di accesso è particolarmente complicata ed anche nella nuova procedura stabilita da questo decreto, bisognerà stare molto attenti.
Infatti, in particolare per fasce deboli del mercato del lavoro, il tirocinio, luogo formativo e orientativo corre il rischio di trasformarsi in una forma di lavoro nero. (…)
È stato fatto molto sotto il profilo della formazione e spesso bene. È stato fatto però con strumenti fino a poco tempo fa in parte inadeguati: ad esempio non era quasi mai possibile pensare a una forma di sostegno al reddito per cittadini extra comunitari. Mentre per una persona normale o in carico alla famiglia, in linea di massima, nell’ambito della formazione professionale non è necessario e forse non è neanche consigliabile pensare a delle forme di sostegno, nel caso di extra comunitari e in generale di categorie più deboli rispetto al mercato del lavoro l’idea di un sostegno al reddito può essere indispensabile per favorire il processo di partecipazione e qualificazione delle proprie competenze. Questa è una barriera d’accesso indubitabile, perché mentre altre persone possono tranquillamente investire su di sé per un po’ di tempo, questa categoria no.
Allora pur avendo strumenti limitati è stato fatto molto: però è stato fatto molto agendo sull’immigrato che era già qui e a un certo punto del proprio percorso di vita si è trovato senza lavoro.
Quello che invece oggi ci manca del tutto, è la possibilità di correlare strettamente queste attività alle stesse regolazioni dei flussi di ingresso. Quindi non è risolvibile solo con gli strumenti ordinari delle politiche attive per il lavoro, o solo percorribile attraverso gli strumenti finanziati dal Fondo Sociale Europeo (FSE), ma richiede anche interventi di carattere normativo.
Quando il decreto sui flussi definisce le quantità di persone e anche il riparto dei paesi di provenienza, non dice molto di più sul fatto che queste persone, una volta arrivate in Italia, possano contare, se ne hanno bisogno, su dei percorsi di alfabetizzazione, integrazione e formazione professionale. Se fosse possibile prevedere un ingresso per motivi di formazione, trasformando la presenza da noi per ragioni di formazione in un successivo rapporto di lavoro – quindi un permesso di formazione per ragioni di lavoro, ma destinando una “quota parte delle quote” a chi è impegnato nel percorso, questo favorirebbe indiscutibilmente questo processo. (…) Questo però oggi ancora non c’è e io credo possa essere uno di quei terreni su cui occorre lavorare (…) a questo si aggiunge il fatto che la legge specifica sull’immigrazione, la nuova legge sull’immigrazione della nostra regione, è ancora da rivedere. (…) Secondo me ci confrontiamo con questa obiettiva insufficienza della strumentazione normativa a nostra disposizione.
In questo contesto sono state sviluppate comunque molte azioni concrete di supporto all’inserimento lavorativo degli immigrati, anche rivolte a target specifici di immigrati. In conclusione è possibile un monitoraggio serio delle azioni a carattere formativo, orientativo e dei pochi tirocini per immigrati, però queste azioni in se rischiano di non bastare se non abbiamo una complessiva politica di intervento nei meccanismi di qualificazione della regolazione del flusso”.

E, ancora dalla registrazione del medesimo colloquio.

“Ci sono alcune iniziative in capo, però, al Ministero del Lavoro, perché il decreto ha ripartito, ai sensi della Bassanini, le competenze tra Stato ed Enti Locali (Regioni e Province) sui servizi alle politiche per il lavoro.
Il 469/97, prevede, tagliando di grosso, che tutto ciò che è vigilanza sia in capo allo Stato e tutto ciò che è politiche attive e servizio sia in capo a Regioni e Province. Nel caso specifico di flussi di extra comunitari, la stessa definizione dei flussi è in capo al Ministero del Lavoro (…) definire i flussi è, si, un’attività di vigilanza ma, è prima di tutto un’attività di servizio e di politiche attive. Si deve innanzi tutto sapere che ci sono extra comunitari che dalla clandestinità possono ambire legittimamente a entrare nella regolarità, anche sfuggendo a percorsi di sfruttamento e di rischi di contiguità con la malavita (…) e pensare inoltre che ci sono cittadini extra comunitari che hanno regolare permesso di soggiorno per lavoro e che a un certo punto il lavoro lo perdono, oppure sono ancora forza lavoro disponibile che può coprire posti di lavoro per i quali magari vengono formulate le richieste di altri extra comunitari…ma non solo per questo motivo.
In realtà il mercato del lavoro procede per incroci complessi di disponibilità e di competenze: le persone che arrivano da altre parti del mondo hanno competenze e disponibilità molto diverse a seconda del luogo di provenienza o delle caratteristiche individuali: un conto è essere un’infermiera polacca, o un ingegnere slovacco, un conto è essere un muratore marocchino o un elettricista egiziano. Sono situazioni differenti sia in termini di approccio culturale, ma anche per il tipo di relazioni che si stabiliscono con le reti di altri extra comunitari presenti nel nostro paese, già insediate sul territorio.
Da ultimo bisogna ricordare che paradossalmente il cittadino immigrato, se è in condizione di obiettivo svantaggio, rispetto agli italiani, nel mercato del lavoro e nella società, è un soggetto paradossalmente più appetito di altri dalle imprese, perché molti cittadini extra comunitari sono straordinari lavoratori e sono disponibili a fare cose che ordinariamente i nostri connazionali non farebbero”.

Un’osservazione specifica merita di essere segnalata subito tra le molte importanti contenute in quest’ampia citazione, per la frequenza con cui ricorre nelle dichiarazioni degli altri attori istituzionali intervistati: quella relativa al fatto che in base alla normativa vigente risulti assai difficile (alcuni sostengono: impossibile) organizzare tirocini per lavoratori non comunitari.
Data appunto, la frequenza con cui tale difficoltà viene segnalata, gli atteggiamenti e i comportamenti assunti al riguardo dai diversi interlocutori istituzionali contattati sembrano poter essere considerati indicatori efficaci relativamente alle differenze a cui si è accennato sopra.

Schematizzando, la gamma rilevata nel corso delle interviste va dal “dunque ciò riduce praticamente a zero la possibilità di organizzare work experience per gli immigrati” (atteggiamento “rinunciatario”), attraverso varie sfumature di denuncia dell’intoppo, considerato comunque come ostacolo non aggirabile oggi ma di cui è eventualmente auspicabile una futura rimozione (atteggiamento “legalista”), all’illustrazione di esperienze in cui si sono trovate forme – “purtroppo per ora parziali” – per bypassarlo, in collaborazione spesso con enti esterni (del privato sociale o del Terzo settore in genere).

Esempi in quest’ultima direzione sono stati ad esempio, illustrati in un’unità operativa del Servizio Politiche del Lavoro di Reggio Emilia, uno dei punti, tra quelli toccati nel corso dei colloqui previsti, nei quali si è riscontrata maggiore chiarezza sui temi della problematicità proposta. Nella registrazione del colloquio si legge in proposito:

“L’ufficio si occupa dei tirocini. Esistono tre nuclei interni di valutazione e riguardano:

  • tirocini presentati con richiesta di finanziamento del FSE da parte degli Enti di formazione;
  • tirocini richiesti direttamente dalle aziende, di cui i Centri per l’impiego si fanno ora promotore (L.142);
  • tirocini per disabili (L.68).All’interno dell’attività del secondo nucleo si sta cercando di sviluppare la problematica relativa agli extra comunitari. Questa attività si sta sviluppando soprattutto da qualche anno, anche in seguito alle maggiori richieste di promozioni di tirocini specifici da parte delle aziende. Occorre premettere infatti che, per quanto riguarda l’organizzazione dei tirocini per extra comunitari residenti, il decreto ministeriale 142 non prevede il fatto la possibilità che questi possano effettuarsi.
    La provincia di Reggio Emilia e in particolare gli organi predisposti per tali operazioni ritengono però che, nel momento in cui degli extra comunitari risultino regolarmente iscritti alla lista di collocamento e momentaneamente disoccupati, ai sensi della normativa sugli extra comunitari essi debbano essere considerati al pari dei cittadini italiani.
    Da circa un anno si sta conducendo una sperimentazione che affronta la questione soprattutto per quanto riguarda la valutazione della qualità dei tirocini richiesti dalle aziende, di cui i Centri per l’impiego sono soggetti promotori: durata del tirocinio, competenze richieste dalla mansione svolta, competenze in ingresso del tirocinante ecc.

    Questa esperienza ha favorito un miglioramento delle procedure ed ha permesso di arrivare più agevolmente ed in modo adeguato alla “certificazione di competenza“. La cosa importante da verificare è infatti, che effettivamente si tratti di vero tirocinio, ossia che non ci si trovi in presenza di sfruttamento e di lavoro “nero”.
    In materia di stranieri, il discorso diventa particolarmente delicato e proprio per questo che si richiede di esplicitare in modo chiaro e trasparente il “patto” fra azienda e lavoratore previsto in ogni piano di tirocinio.
    L’ufficio si impegna a valutare ogni singolo caso ed applica criteri di valutazione relativi alle caratteristiche dell’azienda, ai compiti affidati al tirocinante, alle competenze in ingresso al fine di stabilire una durata corretta e significativa del periodo di tirocinio ed evitare qualsiasi altra “interpretazione” di tale esperienza.
    Da febbraio le esperienze di tirocinio portate a termine sono circa 80, nel prossimo febbraio si potrà iniziare a trarre considerazioni e a valutare i risultati ottenuti. Si sta comunque cercando di fare tutto il possibile, spesso anche tramite l’utilizzo di interpretazioni della legge abbastanza “forzate”, in attesa del D.M. annunciato sin dall’emanazione della legge stessa (pare certo fra pochi mesi).
    Finora si è lavorato su numeri limitati di casi; per affrontare adeguatamente numeri maggiori, occorrerebbe infatti formalizzare queste procedure per realizzare una miglior progettazione dei tirocini anche dal punto di vista economico. Importante sarebbe il coinvolgimento del CFP, anche a sostegno di una maggiore credibilità da parte delle aziende. Infine, occorre ricordare che le direttive regionali permettono i tirocini che rilasciano “dichiarazione di competenza”. Questa è una formula molto richiesta dagli extra comunitari, che per lo meno si vedono riconoscere un determinato periodo di specializzazione. Una competenza riconosciuta talvolta può permettere di cambiar vita”.

Un’altra intervista, rilasciata presso l’Unità Operativa di Formazione per disoccupati della provincia di Reggio Emilia, fornisce un quadro ancor più ampio, corredato da interessanti valutazioni su punti di forza e difficoltà delle esperienze concrete.

“L’ufficio svolge attività atte a favorire l’ingresso nel mondo del lavoro e si rivolge ai disoccupati post-diplomati o laureati e alle cosiddette “utenze con deficit di opportunità” (portatori di handicap, immigrati…)”.

Per quanto riguarda i lavoratori stranieri è necessario dividere il discorso in due ambiti precisi:

1. Giovani appartenenti a nuclei familiari ricongiunti: verosimilmente questi ragazzi, che hanno raggiunto un genitore che era già in Italia, vivono una situazione familiare discretamente stabile. Spesso sono inseriti nei corsi scolastici tradizionali (con la possibilità, quindi, di una buona integrazione nel nostro paese) e poi avviati a corsi di formazione biennali, strettamente professionalizzanti.
Punti di forza di questi corsi sono:
– lo stage presso le aziende;
– i ragazzi possono usufruire gratuitamente della mensa e dei mezzi di trasporto pubblico, e così non gravano sulla famiglia.
2. 
Extra comunitari adulti provvisti di permesso di soggiorno: per quanto riguarda questo gruppo l’esperienza dell’ente è molto diversificata, e cerca di rispettare le differenze etniche e di genere. Per quanto riguarda le donne, ci sono state nel corso degli anni esperienze nell’ambito dei servizi alla persona, nel settore dei servizi di pulizia, igiene e sanificazione; nel campo del cucito e della tessitura. Per quanto concerne invece gli uomini, si hanno esperienze in settori quali quello metalmeccanico, delle riparazioni, della macellazione e della mungitura (la provincia di Reggio è ricca di stalle).
Punti di forza di queste esperienze sono:
– svolgimento di stage presso le aziende, con buone possibilità di un inserimento stabile;
– assegni di frequenza, come previsto dalle vigenti normative. La retribuzione è di sei mila lire per ogni ora di corso frequentata.

RETI DI COLLABORAZIONE
• La provincia si occupa della programmazione dei corsi e svolge azioni di supporto (ad es. formazione di operatori da inserire nelle cooperative), ma la gestione dei corsi è affidata ad enti esterni.
• In tutto ciò è molto importante la collaborazione con associazioni di volontariato e del mondo del no-profit, con cooperative e realtà che hanno esperienza diretta e concreta sul territorio e godono di credibilità presso gli stranieri.
 All’interno di questi ambiti di formazione c’è un coordinatore che si occupa in modo specifico della fascia d’utenza debole. Ogni progetto è quindi monitorato e seguito in itinere.
 C’è anche una buona collaborazione con le aziende, che spesso “sollecitano” certi processi di formazione; bisogna ricordare che spesso gli italiani non sono disposti a svolgere certi lavori manuali considerati troppo pesanti, e per questo si ricerca manodopera straniera. Le aziende che partecipano più attivamente a queste attività sono quelle di calibro medio-piccolo.

PUNTI DI FORZA
 Collaborazione: i progetti che hanno maggior successo sono quelli svolti in collaborazione con enti locali, quotidianamente a contatto con la realtà degli immigrati. Ciò rende più facile reperire e contattare l’utenza e costruire un rapporto di fiducia.
 Programmazione differenziata delle attività: non tutte le “etnie” si adattano ad ogni tipo di lavoro; alcune mansioni lavorative non vengono accettate perché si scontrano con il retroterra culturale dell’immigrato (difficoltà per alcuni di lavorare, ad es., nella macellazione). Occorre un forte rispetto culturale che si può raggiungere con una diversificazione dei progetti e, spesso, individuazione dei percorsi. Questo aspetto però è uno dei maggiori impegni.

DIFFICOLTA’
Una difficoltà che spesso si incontra è la gestione di classi eterogenee, in cui ad esempio devono convivere rappresentanti di culture in contrasto tra di loro (ad es. indiani e pakistani). Per risolvere questo problema ci si avvale di figure apposite, quali il mediatore culturale. Il problema della convivenza riguarda soprattutto gli adulti; i più giovani, essendo inseriti nei corsi scolastici tradizionali, sono già più integrati in una cultura che non è quella nativa.

ESPERIENZE SIGNIFICATIVE
Il Consorzio della Bassa reggiana sta realizzando, da alcuni anni, un’esperienza formativa che favorisce l’inserimento lavorativo di circa il 90% degli utenti che terminano il percorso. Questo perché i profili professionali previsti rispondono alle esigenze delle aziende della zona: esiste infatti una stretta collaborazione fra il Centro formativo e le aziende e tale comunicazione consente di ottimizzare il rapporto domanda/offerta.
Non mancano d’altra parte, anche in queste esperienze che nel panorama complessivo appaiono particolarmente significative, notazioni che indicano quanta strada sia ancora da percorrere non soltanto sul piano della messa a punto della normativa, come sottolineava il funzionario regionale, ma anche nel contesto sociale e culturale. Un esempio in proposito è fornito proprio dall’esperienza del Consorzio della Bassa reggiana citato sopra; alcuni dei corsi che prevedevano stages presso aziende non si sono potuti portare a termine per due diversi ordini di ragioni: per scarsa disponibilità delle aziende in alcuni casi, in altri per opposizioni dei mariti delle donne formate. Da registrare come indicazione positiva il commento del coordinatore di queste attività, che da quelle esperienze trae una conclusione: la necessità che le iniziative riguardanti il lavoro degli immigrati siano sempre concepite come momenti di azioni più ampie, che tengano conto dei diversi aspetti che connotano la loro condizione e delle loro caratteristiche culturali, oltre che di bisogni di base quali l’apprendimento linguistico.
“Da queste esperienze è emerso chiaramente che un punto di forza è rappresentato da un approccio individualizzato, capace di incontrare le varie esigenze (ad es. donne con bambini piccoli da accudire, persone laureate in classe con persone semianalfabete…). Si è anche vista la tendenza di ogni cultura a specializzarsi, per cui i pakistani si sono dimostrati più adattabili al lavoro in fabbrica, mentre gli indiani preferiscono attivarsi nell’agricoltura o in mansioni in cui possano emergere particolari abilità manuali (ad es. calzolaio)”.
E ancora. “È molto importante considerare una persona nella sua globalità, e per questo si cerca di dare ascolto a tutti i problemi non strettamente economici ma “umani”, svolgendo contemporaneamente un’attività di sportello per facilitare l’immigrato nelle pratiche burocratiche o in problemi quotidiani, come ad es. l’affitto”. (Sotto quest’aspetto, questo intervistato giudica preziosa la collaborazione con la Caritas locale).

Altre difficoltà più volte evocate riguardano il riconoscimento dei titoli di studio conseguiti all’estero, e la possibilità di documentare l’assolvimento dell’obbligo scolastico.
Così, in proposito si esprimono due funzionari (rispettivamente, come sedi, della provincia di Piacenza e del Centro per l’impiego di Modena).

“Una delle maggiori difficoltà riguarda il riconoscimento del titolo di studio per i soggetti extra comunitari, (il regolamento attuativo della legge quadro sull’immigrazione non ha infatti chiarito questo, come molti addetti si aspettavano). La formazione professionale che qualifica presuppone l’assolvimento dell’obbligo scolastico. Essendo difficile documentarlo, e non potendo autocertificarlo, si è pensato di superare l’ostacolo tramite:
– traduzione tramite ambasciata;
– riconoscimento del titolo di studio immediatamente inferiore (ad es. ad un diplomato si riconosce solo l’assolvimento dell’obbligo).
All’atto pratico queste soluzioni sono risultate poco chiare. Allora si è risolto il problema in altro modo, riferendosi all’articolo 14, legge 56 del 1987, che consente l’accertamento della professionalità. Quindi, al termine del corso di formazione (ad es. 25 saldatori, ottobre 1999), agli utenti extra comunitari veniva riconosciuto solo un attestato di frequenza (e non una qualifica). Successivamente, utilizzando sempre questo articolo, venivano sottoposti ad una prova-esame che dava loro la qualifica, (grazie alle competenze comunque acquisite erano in grado superare tale prova). Ma sembra che questo articolo sarà abolito, e così il problema si riproporrà”.

E il secondo, “Altra critica che vorrei segnalare è la difficoltà a documentare l’assolvimento dell’obbligo scolastico per i minorenni: di recente abbiamo un problema con la Direzione Provinciale del Lavoro, che non rilascia i libretti di lavoro ai ragazzi, che secondo noi avrebbero comunque il diritto di essere inseriti nel mondo del lavoro, avendo compiuto i 17 anni: quelli nati nel 1983 e prima dovrebbero infatti essere fuori dall’applicazione delle nuove norme sull’assolvimento dell’obbligo scolastico. Ma la suddetta Direzione chiede la documentazione che attesti che hanno per lo meno frequentato 9 anni di scuola in patria. Questa è una grossa criticità aggiunta a quell’altra che abbiamo appena risolto (…) perché prima era davvero problematico essere inseriti come tirocinanti per cittadini extra comunitari (…) perché il decreto ministeriale rimandava a una ulteriore regolamentazione che dovesse tener conto anche ad esempio delle condizioni di reciprocità. Non è di fatto mai stato emanato il regolamento, ma è stato risolto diversamente: quelli residenti in Italia che hanno comunque diritto di essere inseriti nel mondo del lavoro, possono essere inseriti come tirocinanti. Altro problema non trascurabile è quello costituito dalla barriera linguistica: è un problema solo spiegare che cos’è un tirocinio formativo (…) che poi è quello che deve offrire il nostro servizio”.

Alcune cose emergono comunque chiaramente dall’insieme dei colloqui della prima fase della ricerca, pur nella disorganicità rilevata:

  • tutti gli intervistati (con una sola eccezione già segnalata) dichiarano che all’offerta di forza lavoro degli immigrati corrisponde una domanda crescente da parte delle imprese (e/o delle famiglie) del loro territorio;
  • in tutte le aree territoriale considerate, la maggioranza degli inserimenti lavorativi di stranieri (tanto in imprese industriali e agricole, quanto nei servizi) avviene per vie informali (il lavoratore si presenta direttamente, di propria iniziativa oppure su indicazione di compaesani e conoscenti) comunque non istituzionali (2);
  • i corsi di formazione per stranieri (o con partecipazione di) sono andati crescendo negli ultimi anni ad opera soprattutto di enti e associazioni private, non sempre in collegamento con istituzioni pubbliche; quando un qualche tipo di collegamento si verifica, assume spesso, se si eccettuano alcune situazioni locali definibili come “buone pratiche”, le caratteristiche di una delega all’ente o associazione esecutori, con controlli prevalentemente burocratici (3);
  • i percorsi di formazione attivati prevedono in misura ridotta attività di inserimento lavorativo; nei casi in cui ciò sia previsto, spesso il tutoraggio effettivo è interamente delegato all’impresa in cui si svolge la work experience (4);
  • manca, o è assai lacunoso e impreciso, un bilancio complessivo (quantitativo e qualitativo) delle esperienze relative a stranieri concretatesi in regione, nell’ultimo decennio. Informazioni circostanziate e precise – soprattutto sulle metodologie adottate e sui risultati ottenuti – sono disponibili soltanto su alcuni progetti di largo respiro sviluppati negli ultimi anni; · i momenti e le occasioni di coordinamento e/o collegamento tra uffici, servizi, agenzie della sfera pubblica, al fine di attivare sinergie e incrociare competenze che tengano in debito conto la complessità del fenomeno migratorio, e che permettano di ottimizzare i rapporti con enti esterni stimolando la messa a frutto delle risorse disponibili nella società, appaiono per lo più frutto di iniziativa locale in punti di particolare impegno. Idem si può dire per la scelta delle figure professionali da formare, che per lo più appare affidata alla sensibilità o alla conoscenza del territorio da parte di operatori della formazione, oppure dipende dalla sollecitazione da parte di particolari settori di imprese, o ancora da possibilità estemporanee di accedere a determinati canali di finanziamento, piuttosto che da considerazioni strategiche o dal riferimento a programmi che nascano da un’analisi almeno di medio periodo delle tendenze in atto, concernenti i mercati del lavoro nonché le direzioni e le caratteristiche dello sviluppo dell’economia e della società regionale (5);
  • infine, non si può non registrare come rilevanti le considerazioni di alcuni intervistati sulle difficoltà riconducibili – anche rispetto a questi problemi – al fatto che una componente sicuramente in crescita della popolazione della regione non sia ancora messa in grado di esprimere una propria rappresentanza, in grado di partecipare a pieno titolo alla contrattazione sociale sulla destinazione delle risorse disponibili.

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(1) L’esempio portato è quello del programma Occupazione, e in particolare dei sottoprogrammi Integra.
(2) I n realtà queste modalità sono assai diffuse anche per gli italiani, tanto da essere state definite “tradizionali” da alcuni imprenditori intervistati (in particolare titolari di piccole imprese). Notazioni più articolate in proposito – come si è già accennato nella nota 1 – sono sviluppate nelle pagine del rapporto dedicate alle interviste alle imprese.
(3) Quest’ultima osservazione evoca un problema generale frequentemente riproposto da ricerche concernenti vari aspetti degli interventi in materia di immigrazione, soprattutto per ciò che riguarda iniziative promosse da Enti Locali, In molti casi, infatti, l’ente promotore – pur attivandosi su determinati problemi e/o bisogni degli immigrati residenti (e/o occupati) nel proprio territorio – non risulta avere al proprio interno le competenze necessarie né per progettare gli interventi, né per giudicare della qualità dei progetti presentati al riguardo, monitorarne il decorso e valutarne gli esiti.
(4) Carenze del medesimo ordine di quelle segnalate nella nota precedente, sembrano essere all’origine di ciò che si osserva qui in tema di work experiences. Considerato che in questo caso l’osservazione riguarda anche enti di formazione privati, il problema sembra diventare ancor più pesante.
(5) In proposito si ricordano le osservazioni contenute nell’ampia citazione riportata sopra del colloquio con il funzionario regionale. Ma più in generale questo punto evoca le critiche che da più parti sono state avanzate sui metodi usati per quantificare il fabbisogno di manodopera di vario tipo espresse dal tessuto produttivo e di servizi, e di conseguenza stabilire le quote di immigrazione previste e la loro distribuzione regionale.

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