LE INTERVISTE A LAVORATORI

I lavoratori stranieri intervistati sono complessivamente 30, tutti occupati. Di questi, 5 hanno trovato il lavoro tramite sportello, 1 tramite un’agenzia di lavoro interinale (e successivamente assunto stabilmente), 21 sono stati assunti a termine di uno stage e tre si sono presentati direttamente in azienda.
Il ventaglio di nazionalità è estremamente ampio (14 paesi), ma soltanto quattro di esse sono rappresentate nel gruppo da più una persona: nell’ordine: il Senegal (8 lavoratori, tutti con esperienza di stage formativo); l’Albania (5, uno soltanto ex stagista e un altro con esperienza di sportello; i rimanenti tre “autopresentati”); il Marocco (4, tutti ex stagisti) e la Tunisia (3, due dei quali ex stagisti e uno assunto tramite un’agenzia di lavoro interinale). Dei restanti 10 lavoratori i quattro che hanno esperienza soltanto di sportello sono un etiope, un congolese, un’ecuadoriana e un originario della Costa d’Avorio; gli altri 6, tutti ex stagisti, vengono da Perù, Burkina Faso, Brasile, Eritrea, Camerun e Pakistan.
Anche il ventaglio delle attività lavorative svolte è assai ampio.
Sebbene, infatti, gli occupati in imprese metalmeccaniche siano il gruppo più folto (14, su 30 intervistati), gli altri intervistati risultano così collocati: industria alimentare (2); edilizia (3); cooperativa di servizi di magazzino e movimentazione merci (1); industria elettromeccanica (1); forno e pastificio (1); impresa di pulizia e manutenzione aree verdi (1); cooperativa di servizi alle persone (2); impresa di servizi informatici (1); cooperativa sociale per il reinserimento dei detenuti (1); azienda agricola (1); ente di formazione (1); attività di mediazione linguistica presso una scuola (1).
Il dato relativo al numero complessivo di dipendenti delle imprese in cui gli intervistati lavorano – pur essendo espressamente richiesto – non è sempre registrato. Dalle interviste che lo riportano (poco più di metà) si ricava che la maggioranza è impiegata in imprese di medie o piccole dimensioni, con una preponderanza delle prime per ciò che riguarda gli occupati in attività manifatturiere o edili. Sole eccezioni note sono le nominate cooperative, di servizi di magazzino e di servizi alle persone (che superano – rispettivamente – i 400 e gli 800 addetti).

Un’altra informazione che si può trarre da quelle interviste è che la presenza di dipendenti stranieri in molte delle suddette aziende (in particolare nelle attività manifatturiere, edili, e nelle cooperative di servizi) (1) sembra essere già oggi nettamente superiore, in percentuale sul totale degli addetti, all’incidenza dei residenti stranieri sul totale dei residenti nelle aree di insediamento delle aziende stesse. Va però detto che non tutti questi lavoratori progettano di stabilirsi definitivamente o per molti anni in Italia: anzi, proprio la consapevolezza – basata sull’esperienza – della relativa facilità di trovare lavoro sembra confortare questo atteggiamento, in particolare tra coloro che – dotati di permesso di soggiorno – sono originari di paesi vicini o comunque raggiungibili senza eccessiva spesa.
Tra i nostri intervistati stessi ciò in alcuni casi (significativamente, soprattutto albanesi) è emerso chiaramente: “Lavoro qui circa 8 mesi ogni anno, ma nel periodo invernale torno in Albania, dove è rimasta la mia famiglia. Il costo della vita qui è troppo alto, e faticherei a mantenere moglie 3 figli e mia madre. Poi, da quando lavoro in Italia sono riuscito a costruirmi una casa e a comprare un po’ di terra, e quando rientro d’inverno mi considerano un signore”.
Oppure, da un’angolazione differente: “La formazione e lo stage sono stati molto utili. Ho imparato le basi di un mestiere [saldatore N.D.R.], anche se penso che poi mi abbiano assunto soprattutto per l’impegno e la volontà. Ora in fabbrica mi trovo bene. C’è qualche problema per la salute, come ambiente, ma ho buoni rapporti con i colleghi. Però non penso di portare qui moglie e figli perché non si trovano case, molta gente fuori ti disprezza e anche i servizi non sono buoni per noi, anche se hanno bisogno del nostro lavoro. Vorrei piuttosto risparmiare un po’ di soldi e lavorare in Senegal con quello che ho imparato”.
Molti di più, al contrario dichiarano progetti di lunga durata se non definitivi, sebbene spesso segnalino ragioni di disagio analoghe a quelle e qualche timore all’idea dei problemi aggiuntivi che sorgono quando arriva la famiglia (se non l’hanno già qui).

Rispetto all’utilità di ricorrere ai servizi di sportello per trovare lavoro, in generale l’atteggiamento più frequente – basato su esperienze più volte ripetute è di scetticismo (2). Alcuni, anzi, colgono l’occasione da questa domanda per esprimere giudizi negativi (in alcuni casi anche taglienti) sui servizi italiani in generale, sulle scarse conoscenze linguistiche degli addetti (“molti di noi parlano almeno due lingue, eppure spesso non riusciamo a farci capire negli uffici… “), sulla loro mancanza di pazienza, di disponibilità, di cortesia, ma soprattutto di precisione (“quando ero in Francia, anche là il disprezzo non mancava, però le informazioni che mi davano negli uffici erano esatte”, dice un tunisino; in apparenza più benevolo un lavoratore senegalese: “eppure sarebbe vostro interesse trattarci bene. Molti padroni sembra che l’abbiano capito e anche nei corsi di formazione, ma gli impiegati agli sportelli no”) (3).
Tornando all’argomento sportelli, la riprova di ciò che si è detto sugll’atteggiamento prevalentemente scettico al riguardo è fornita dal fatto che molti sembrano non conoscerne neppure l’esistenza, circostanza che suona decisamente strana a chiunque abbia un minimo di esperienza del fittissimo scambio di informazioni (anche molto circostanziate e minute) che intercorre tra gli immigrati, che spesso rivelano una conoscenza assai più aggiornata di quella di molti italiani di aspetti del sistema amministrativo e burocratico del paese.
Certamente, comunque, anche qui la sfiducia che traspare dalle critiche (in realtà assai simili, quando non coincidenti, a quelle espresse dalle aziende) nei confronti degli sportelli ha come corrispettivo la chiara opzione per la ricerca diretta, o tramite passa parola, del lavoro, e in subordine perché meno diffusa come modalità, ma da parecchi ricordata come soluzione efficiente (sulla scorta di esperienze proprie o di altri), il ricorso ad agenzie fornitrici di lavoro temporaneo (4).

Perfettamente coerente appare dunque l’unanimità del gradimento che anche i lavoratori esprimono verso le esperienze di formazione e stage in azienda. Tutti valutano positivamente soprattutto lo stage e sono stati immediatamente disponibili – a differenza dei precedenti – ad essere intervistati, anche se permanevano le difficoltà di comunicazione già segnalate, dovute alla scarsa conoscenza della lingua da parte di molti (5).
Alcune considerazioni riguardano aspetti organizzativi che gli stagisti considerano essenziali (ad esempio la puntualità nella corresponsione dell’indennità di frequenza, che alcuni anzi vorrebbero, almeno in parte, anticipata “per consentire ai corsisti di tirare avanti” senza defezioni altrimenti quasi inevitabili); altre riguardano la necessità di vigilanza (da parte di tutors esterni all’azienda ospitante, soprattutto) per evitare il rischio che lo stage diventi un modo di fornire all’impresa manodopera gratuita, oppure che gli stagisti vengano impiegati in mansioni marginali.
Qualche ulteriore notazione vale comunque la pena di riprenderla, a mo’ di conclusione. A sostegno delle opinioni espresse dalle imprese, ad esempio, sono molti gli ex stagisti che, pur apprezzando la formazione ricevuta in aula, alla prova dei fatti riconoscono che il lavoro è altra cosa dall’addestramento e che si dicono consapevoli di essere stati assunti soprattutto per la buona volontà o la disponibilità ad imparare dimostrate. Alcuni anzi dicono di essere stati consapevoli, per tutta la durata dello stage, “di essere stati osservati e valutati soprattutto per l’impegno e la buona volontà più che per le capacità” (6).
Ciò però non sembra tradursi in sottovalutazione dell’importanza di acquisire migliori competenze professionali. Allo stato attuale, piuttosto, quell’elemento sembra essere valutato da questi lavoratori più per ciò che comporta in termini di maggiori possibilità di trovare, sul mercato del lavoro, collocazioni più vantaggiose in termini salariali, che non come modo per accrescere la propria forza contrattuale a fini di carriera e maggiore stabilità nell’azienda in cui si lavora.
Un’indicazione che emerge con forza dal complesso delle interviste è la necessità di adeguati approfondimenti su questo punto particolare, volti ad esempio a capire se si tratti di un fenomeno per così dire “di fase” (cioè determinato dal fatto che si è in presenza di una prima generazione di migranti in larga maggioranza presenti in Italia da meno di dieci anni) oppure di un carattere più strutturale, proprio di un movimento migratorio che si inserisce in contesti di per sé percorsi da processi di accentuato cambiamento, che coinvolgono gli assetti del mercato del lavoro, le strutture dell’occupazione, i regimi contrattuali.

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(1 ) Ma anche in altre: ad es. il pastificio nominato risulta impiegare 4 stranieri su 6 dipendenti totali, e l’azienda agricola impiega soltanto stranieri.
(2) “Qualcuno è iscritto per anni al collocamento senza mai essere chiamato, perché preceduto da nomi di persone in realtà non disponibili ma che “toglievano” possibilità a chi avrebbe invece voluto lavorare (il solito problema della mancanza di dati aggiornati). Non viene fatto alcun controllo e/o verifica iniziale su ciò che è dichiarato dall’immigrato e così pure dopo l’assunzione non viene effettuato nessun monitoraggio di come si sono poi svolte le cose. In realtà, l’unico contatto dell’immigrato con lo sportello è al momento dell’iscrizione (e per alcuni la predisposizione del curriculum): poi aspetta di essere chiamato.” (dal rapporto locale sulla Romagna).
(3) La maggioranza degli intervistati – avvertono gli intervistatori – sono però ben lontani dall’azzardarsi a raggiungere simili livelli di franchezza. In parte per ovvia cautela (“ho notato che sono comunque molto diffidenti”, si dice in una relazione di area, e in un’altra “si avvertiva una sorta di timore, superato soltanto grazie al fatto che potevano sentirsi garantiti dalla “conoscenza dei conoscenti”, oppure mi conoscevano personalmente.
(4) Come si è già avuto occasione di dire, la crescita del numero di avvii di stranieri è stata confermata da tutte le agenzie contattate. Il responsabile locale di una di queste ha tra l’altro detto all’intervistatore che lo stesso sportello della CGIL a volte indirizza da loro lavoratori contattati.
(5) In diversi casi – per altro – le aziende stesse hanno permesso che l’intervista si svolgesse in orario di lavoro. Di là delle espressioni di gradimento, comunque, non emergono elementi realmente nuovi rispetto agli argomenti già visti nella parte relativa alle aziende.
(6) Connesso a questa convinzione, abbastanza diffusa, può forse essere considerato un atteggiamento che gli intervistatori definiscono “preoccupazione di tutelare l’immagine dell’immigrato all’interno dell’azienda”, e che – si registra in un rapporto locale – “in caso di necessità può giungere anche all’allontanamento di un compagno in odore di guai”.

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