L’odissea della Cap Anamur di Miguel Angel García

Il 21 giugno la nave tedesca “Cap Anamur” navigava vicino a Lampedusa, con un carico di rifornimenti per l’ospedale che l’organizzazione umanitaria proprietaria del natante gestisce a Bagdad. Avvistò in mare aperto un gommone con 37 persone senza acqua né cibo, il motore in panne e una camera d’aria mezzo sgonfia. In rispetto delle leggi del mare, e delle tradizioni dell’ONG tedesca (che iniziò le sue operazioni, tanti anni fa, riscattando i “boat people” che fuggivano dal Vietnam), la Cap Anamur salvò i naufraghi, e assistette loro a bordo con diligenza. Poi comunicò la situazione allo Stato più vicino, l’Italia, allo scopo di consegnare i naufraghi in mano alle autorità.

La risposta fu sconvolgente; la Cap Anamur diventò il centro di un’operazione militare in regola, con navi armate, elicotteri e aerei italiani. Fu ordinato al capitano di dirigersi a Malta, paese lontano del punto di ritrovo; il gesto umanitario fu pagato con minacce, insulti e rifiuti. Il capitano, con il sostegno degli armatori, rifiutò di sottostare alla prepotenza, e ancorò la nave in acque internazionali vicine alla Sicilia.

Elias Berder, vicepresidente dell’ONG, dichiarò ad una radio tedesca: “…ci siamo venuti a trovare in questa situazione senza averla cercata. Diciamo che noi osserviamo in che misura il Mediterraneo, questa zona di confine, sia militarizzato. Questo ci ha certamente colpito. Bisogna rendersi conto del fatto che qui sono impegnate intere flotte, tra l’altro anche con l’appoggio della Nato… Il loro compito è evidentemente – e anche dichiaratamente – impedire le migrazioni illegali via mare, e a questo punto viene da chiedersi con quali metodi le marine militari intendano fare ciò.”

Dopo 22 giorni di braccio di ferro la nave umanitaria fu autorizzata a sbarcare a Porto Empedocle. I naufraghi furono rinchiusi “per essere deportati”, come dichiarò il prefetto prima ancora di esaminare le loro richieste di asilo politico. 36 di loro sostenevano di essere originari del Darfur sudanese, regione dove gli integralisti islamici massacrano sistematicamente la popolazione nera cristiana. Il ministro Pisanu asserì perentoriamente che i profughi mentivano, nonostante che il missionario comboniano Cosimo Spadavecchia, che ha operato 18 anni nel Sudan, aveva dichiarato dopo di aver parlato con alcuni di loro: “Molti sono della zona del Darfur… ho riconosciuto le tipiche origine sudanesi”. Ma il Viminale aveva la sua fonte: un funzionario dell’ambasciata sudanese, cioè degli stessi integralisti islamici massacratori.

La parte più grottesca della storia fu tuttavia la sorte riservata alla nave umanitaria. L’equipaggio fu indotto a sbarcare con inganni, e tre di loro, il comandante, il primo ufficiale e il vicepresidente dell’ONG tedesca furono arrestati con l’accusa di essere “trafficanti di uomini”! Si vede a che cosa serve la norma repressiva della Bossi-Fini: non solo e non tanto a combattere un infame commercio, ma a infamare e a spaventare le organizzazioni umanitarie che prendono sul serio la solidarietà e la morale.

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